domenica 22 aprile 2012

Programma del Terzo Convegno Nazionale di Amalfi, e come prenotare




Il programma del Convegno Nazionale di Amalfi (5 e 6 novembre 2012) prevede tre sessioni:
1. Piccoli Musei e Turismo (ore 16.00 del 5 novembre),
2. Esperienze e buone prassi gestionali e di didattica museale (ore 9.30 del 6 novembre),
3. I Musei fuori dai Musei. Esperienze di Rete tra Piccoli Musei e fonti di finanziamento (ore 11.30 del 6 novembre).

Se volete proporre testimonianze e relazioni scriveteci presto. 

Abbiamo fatto una convenzione con il Consorzio albergatori di Amalfi per chi vuole partecipare al prossimo Convegno Nazionale dei Piccoli Musei. Eccola:
Proposta per il soggiorno di 2 notti in formula di mezza pensione in hotel 3 stelle.
l'offertrta include:
N. 2 pernottamenti in camera doppia con prima colazione a buffet, 2 pranzi o cene comprensivi di 1 primo, 1 secondo, 1 contorno, 1 dessert (bevande escluse), 2 escursioni guidate, gli ingressi ai 3 Piccoli Musei di Amalfi (Museo della Carta, Museo della Bussola e del Ducato di Amalfi, Museo del Duomo).
Costo del pacchetto per 2 notti: Euro 120 per persona per l'intero soggiorno (supplemento camera doppia uso singola Euro 30).
Possibilità di prolungamento del soggiorno alla tariffa di Euro 55 giornaliere per persona al giorno in mezza pensione (Euro 65 nel caso di doppia ad uso singolo).
Il pacchetto è fruibile a partire dal giorno 4.11.2012.
ecco dove prenotare: e.mail amalfi.alberghi@gmail.com

Se volete iscrivervi all'Associazione Nazionale Piccoli Musei lo statuto è nel sito web www.piccolimusei.com.

sabato 14 aprile 2012

Il 25% dei siti culturali in Italia ha meno di mille visitatori


"Da tempo si invocano grandi cambiamenti e un nuovo ruolo per il settore pubblico a sostegno della cultura. Invece di aspettare Godot – cioè una rivoluzione paradigmatica – che secondo i più dovrebbe prevedere un aumento delle risorse pubbliche per la gestione del patrimonio, sarebbe utile provare a porsi domande diverse: come migliorare l’esistente? Come rendere più efficiente il sistema dei beni culturali in Italia e valorizzare al meglio il nostro patrimonio? La fruizione del nostro patrimonio culturale risulta essere per lo più concentrata sui grandi attrattori; a titolo esemplificativo l’84% dei fruitori registrati nel 2010 ha visitato soltanto il 10% dei siti statali. In altri termini il restante 90% dei siti, nel medesimo anno, ha registrato una fruizione inferiore ai 100.000 visitatori annui, mentre per il 25% della totalità dei siti ministeriali i flussi risultano essere inferiori a 1.000 fruitori. A fianco di un patrimonio poco conosciuto e poco fruito se ne cela poi un altro di cui si ignora la composizione e la quantità: si tratta di quello stipato nei magazzini dei musei. Da un recente articolo scritto dal Direttore della Galleria degli Uffizi si è appreso che il museo f iorentino, su una superficie totale di 6 mila metri quadri e all’interno di 55 sale, espone 1.835 opere. Quelle conservate nei depositi sono 2.300. Le opere esposte rappresentano pertanto poco più del 44% del totale delle opere possedute (Natali, 2011)". 
(tratto da: Un patrimonio invisibile e inaccessibile Idee per dare valore ai depositi dei musei statali  Di Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Nina Però, 30 marzo 2012)
Commento: credo che anche questo autorevole studio dell'Istituto Bruno Leoni, che sarà presentato il 18 aprile a Milano, e del quale vi proponiamo in anteprima uno stralcio della Premessa, dica chiaramente che i musei, in particolare quelli piccoli, hanno un mercato potenziale enorme di visitatori, ma che poi, per problemi di carattere gestionale, normativo, e ovviamente anche per problemi legati alle risorse, si devono accontentare di numeri modestissimi. Non credo di sbagliare a continuare a sostenere che per risolvere almeno in parte questi problemi, abbiamo bisogno di una cultura gestionale specifica per i piccoli musei, di profili e competenze nuove, di norme adeguate e di un marketing assolutamente diverso da quello tradizionale.
Per discutere di questi temi siamo anche su Facebook http://www.facebook.com/pages/Associazione-Nazionale-Piccoli-Musei-APM/353933627964466

venerdì 13 aprile 2012

Musei e volontariato. Parliamo di guide (2)



Ecco un commento di Giorgio Gallavotti al mio Post di ieri su questo argomento. "Non sempre la verità sta da una parte sola. Indubbiamente i grandi Musei, per la loro struttura ed esposizione di opere d’arte  di ogni genere, hanno la necessità di avere delle guide interne specializzate nel settore. Però vi è anche in questo caso: chi lo fa per passione sua propria, e trasmette il suo amore per quelle opere e le racconta in maniera eccezionale e chi lo fa per lo stipendio. Il visitatore se ne accorge subito di che tipo è la guida che lo accompagna. Ho girato moltissimo e mi sono trovato spesso in situazioni disastrose, nonostante  la guida sia stata prenotata ad una agenzia specializzata della città.
Per i piccoli Musei sparsi un po’ in tutta Italia, nell’Italia delle piccole città o grossi borghi, io penso che una guida volontaria, che conosce bene il luogo e le usanze della zona, e i reperti del Museo, sia molto più adatto di un professionista venuto da fuori. Quest’ ultimo non riuscirà mai a far capire l’anima di quelle cose in mostra. Sono  Direttore di un piccolo Museo del Bottone, che ho creato io, a Santarcangelo di Romagna e gestito da una associazione no profit. Le guide sono soci della Associazione tutte volontarie e posso assicurare che sul libro delle firme vi sono spesso e volentieri gli elogi per i reperti che raccontano la storia del mondo, ma soprattutto gli elogi vanno alle guide per il loro modo di accogliere i visitatori e per le innumerevoli storie che affascinano ed attirano l’ attenzione continua di chi ascolte. A volte ci si accorge che sono volate due ore. Questo soprattutto per la conoscenza dei reperti, ma anche del contesto territoriale in cui si trova il Museo. Si interagisce come se fosse una cosa unica e i visitatori rimangono affascinati.
In quattro anni questo il Museo è stato visto da 140.000 persone arrivate anche da 112 nazioni da tutti i 5 continenti e gli USA sono stati contati per uno stato. Penso che la chiave di tutto questo siano le guide.
Questo per dire che gli assessori alla cultura se vogliono bene al loro comune debbono dedicare malto tempo alla scelta delle guide, senza preclusione preconcetta, perché è essenziale per il famoso passa parola che è la pubblicità più potente del mondo, tant’ è vero che ora con il web il passa parola vola velocemente."
E voi, cosa dite?

giovedì 12 aprile 2012

Musei e volontariato


Il tema del volontariato nei musei suscita spesso un certo disappunto in alcuni gestori e a volte anche nelle Istituzioni. Per evitare equivoci direi in primo luogo di intenderci: qui parlo di volontariato, non di furbate per sfruttare le persone, e non pagarle!
Ora proviamo a vedere il tema non con gli occhi di chi gestisce un museo, ma di chi dovrebbe visitare un museo. Bene a mio parere poche cose come il volontariato sono in grado di legare il museo alla comunità dei residenti (da sempre è questo il tallone d'Achille di molti musei, di norma poco visitati dai residenti, perché sentiti estranei).
Poche cose come il volontariato sono in grado di permettere ad un museo di offrire una forte autenticità relazionale. Chi può darla meglio di un appassionato che lo fa non per mestiere, non per essere retribuito?
Certo anche il personale può instaurare relazioni di spessore con i visitatori e può fare molto in termini di autenticità, ma ciò non toglie che un volontario preparato, e appassionato, possa dare un contributo straordinario.
Certo i volontari non possono essere guidati solo dalla passione, devono conoscere l'abc della gestione di un museo. Altrettanto ovviamente i volontari non possono operare in contrasto con la direzione o non rispettando le priorità del museo in termini di divulgazione e di didattica (di "missione"), né tantomeno possono operare senza alcuna forma di coordinamento.
Ma c'è anche un altro dato che non può assolutamente essere dimenticato: un numero elevatissimo di musei nel nostro Paese è nato, viene tenuto aperto e funziona grazie al volontariato. Si tratta di centinaia e anzi migliaia di musei il più delle volte non riconosciuti "ufficialmente" a causa di norme antiquate e spesso stravaganti, nate per lo più pensando a musei di grande dimensione e non alla realtà del nostro Paese.

Ma se non siete d'accordo... parliamone ancora.

giovedì 5 aprile 2012

Che noia i musei italiani


"Che noia i musei italiani" di Umberto Broccoli, articolo apparso sull'Osservatore Romano, é un classico che dovrebbero aver letto tutte le persone interessate al mondo dei musei. E la parte sulle didascalie è da Antologia. Per questo, anche se datato lo ripropongo.
Eccolo di seguito: "Meno male che i musei si incontrano in viaggio di nozze e mai più", diceva un personaggio di un racconto di Svevo. È quasi una sentenza lapidaria, una epigrafe funeraria a sigillare e a suggellare la noia incontrata visitando i musei italiani. Perché nei musei in Italia ci si annoia. Ci si annoia nonostante il dibattito iniziato negli anni Settanta, quando ci si chiedeva insistentemente "Museo come e perché", dimostrando come si fosse ancora ben lontani dalla definizione moderna di museo, non riuscendo, evidentemente, a identificarne il perché.  Ci si annoia perché ci si va ancora per "contemplare", "ammirare", "godere" della vista. Quasi un feticismo, al confine con il culto della reliquia di questo mondo scomparso, età dell'oro perduta definitivamente.  Ci si annoia perché in quel tipo di museo sono consacrati gli oggetti provenienti dalle altre epoche. È il museo dove entra solo la vista:  per cui vede, si guarda, si ammira, lasciando fuori gli altri quattro sensi su cui si basa la conoscenza e l'apprendimento. È il museo reliquia, appunto:  il museo consacrante, una riedizione moderna delle Wunderkammern ("camere delle meraviglie") nate nel XV secolo.  Ci si annoia, perché non si gioca, volendo dare al gioco il valore di primo gradino del sapere. Il bambino gioca per scoprire il mondo e chi visita un museo non ha le conoscenze degli esperti, degli specialisti:  chi visita un museo è, quindi, come un bambino. Dovrebbe poter toccare gli oggetti, sentirne gli odori, vederli collocati in ricostruzioni di ambienti. Dovrebbe poter riprovare almeno in parte le sensazioni vissute dai nostri antenati cui sono serviti quegli oggetti, oggi imbalsamati nelle vetrine. E, invece, sotto quegli oggetti, trionfano le didascalie.  Le didascalie. Armi improprie degli archeologi (come di tutti gli altri specialisti) in grado di far passare ogni voglia al visitatore. Le didascalie. Termini derivati dal greco, dal latino e, probabilmente, mai usati come tali da chi adoperava quegli oggetti nel mondo antico. Ma messe là, come mine antiuomo non so con quale funzione se non quella di far sfoggio di cultura specialistica, senza raggiungere minimamente l'obiettivo di ogni museo:  introdurre il bambino visitatore e il visitatore bambino alla conoscenza materiale del mondo antico.  E il bambino visitatore (così come il visitatore bambino), se non si indispettisce, si sente come in un reliquiario:  parla a bassa voce, si stupisce, ammira, fa finta di godere della vista di quegli oggetti. Tutte reazioni eccessive, ben lontane dalla curiosità di chi vorrebbe immaginare la vita quotidiana di uomini come noi vissuti millenni or sono. Il visitatore/bambino ha la sensazione di trovarsi di fronte a un mondo popolato di scultori, pittori, artigiani con il pensiero rivolto costantemente al cielo. Perché quegli uomini antichi, se non scolpivano e dipingevano, pregavano gli dei alzando le loro braccia al cielo, con gesti enfatici ed enfatizzati dalle loro tuniche. Gli archeologi sanno bene che la vita quotidiana dell'uomo di ieri non era così. E questa immagine, più vicina al fumettone che alla realtà, deriva anche dal linguaggio sacrale delle didascalie.  Perché i crocefissi in un museo sono sempre "lignei" e non di legno? A casa, quando mangiano, gli archeologi usano un tavolo ligneo? Perché le teste di donna nei musei diventano "capi muliebri"? Non so quali parrucchieri frequentano le esperte di scultura antica. Ma non credo che, al momento dello shampoo, chiedono:  "Mi raccomando, poca schiuma sul capo muliebre".  Perché le tombe si sublimano negli "edifici sepolcrali", i vasi di terracotta diventano "contenitori fittili" e i tubi dell'acqua si inorgogliscono nelle "fistulae plumbee"? Nel leggere didascalie del genere mi sembra di vedere gli archeologi di sera, sul terrazzo, chiudere una telefonata dicendo "Ti devo lasciare, perché devo annaffiare i contenitori fittili" dei fiori. La "fistula plumbea" è la metafora vera dello stile didascalico. Sembra una malattia ed è soltanto un tubo di piombo, definito fistula probabilmente per non far capire un tubo.  Lo stile della didascalia è una specie di blob senza controllo. Rinomina oggetti di uso comune devastandone la comprensione ed il significato. Qualcuno sa perché si usa "trulla" per "tazza o boccale"? Chi è quel disperato che al mattino ordina un cappuccino in trulla e non al vetro (anzi:  in vitro)? Come in un crescendo rossiniano un vaso a forma di testa di cavallo dipinto in rosso diventa un "Rythòn attico a protome equina a figure rosse", mentre un vaso a collo stretto e non dipinto esplode in una "Làgynos acroma", e un manico, un semplice manico di una bottiglietta si proietta in una "griff-phiale con ansa a Koùros".  Il blob della didascalia si espande e si estende a quasi ogni forma di espressione dell'archeologo (o dello specialista). Entra nelle sale dei congressi, esce nei libri e nei cataloghi, inonda le pubblicazioni scientifiche, esonda nelle pubblicazioni in genere, irrompe nelle lettere ufficiali, nei discorsi fatti al ristorante per cui, chi ascolta casualmente, pensa di avere accanto ora dei necrofori impegnati in scavi di edifici sepolcrali, ora in lavoratori della terra impegnati in discussioni con termini strani e incomprensibili.  Il cultore della didascalia disprezza i media, pur facendo la fila per poter rilasciare una dichiarazione o un'intervista. Se chiamato dai media, non dimentica lo stile didascalico e seppellisce l'intervistatore sotto una grandinata di trullae, oinochòai, fibulae, lèkythoi, lebeti. E, allo sguardo ebete di chi ascolta la parola "lebete", il cultore della didascalia guarderà dall'alto in basso l'interlocutore, come un poveraccio senza rudimenti classici. E guai se chi domanda chiederà una spiegazione dei termini:  il cultore della didascalia risponderà:  "questo è linguaggio scientifico:  dobbiamo superare lo stile divulgativo!".  Ma il linguaggio è uno solo:  quello in grado di comunicare facendosi capire. Il resto è la nebbia nella quale si ripara la debolezza dello specialista creando barriere linguistiche corporative:  la corporazione è come una setta e ha bisogno di un codice nel quale riconoscere gli adepti, lasciando fuori il resto del mondo.  Lo stile della didascalia è virale:  si diffonde e crea fibulae (sono solo fibbie!) e fistulae (i tubi di prima). Ecco, come su un catalogo di una mostra, un'archeologa descrive una scultura che illustra una scena di viaggio, catalogo evidentemente destinato al pubblico:  "Il fregio di acanto abitato presenta numerose lacune. La scena illustrante il trionfo, interessata da alcune fratture (...) comprende l'illustrazione di una pompa trionfale. Su questo fianco doveva esser congiunto, tramite anatyrosis". Vi risparmio il resto.  Sa tanto del latinorum odiato da Renzo Tramaglino, nei Promessi sposi. Là il giurista del seicento usava il latino per non farsi capire, per creare una frattura fra classi. Oggi lo stile analogo della didascalia a cosa serve?  Talvolta non sono necessarie ricette e riforme complesse:  in certi casi, sarebbe possibile ottenere il risultato della chiarezza eliminando fistulae e fibulae da cataloghi, articoli, libri e musei. Sono solo parole e non occorre l'antibiotico".